olce amico
Dëipilo, cui sopra ogni altro eguale,
perché d'alma conforme, in pregio ei tiene.
Esso intanto l'eroe capaneìde
rimontato il suo cocchio, e in man riprese
le riluccnti briglie, allegramente
de' cavalli sonar l'ugna facea
dietro il Tidìde che coll'empio ferro
l'alma Venere insegue, la sapendo
non una delle Dee che de' mortali
godon le guerre amministrar, siccome
Minerva e la di mura atterratrice
torva Bellona, ma un'imbelle Diva.
Poiché raggiunta per la folta ei l'ebbe,
abbassò l'asta il fiero, e coll'acuto
ferro l'assalse, e della man gentile
gli estremi le sfiorò verso il confine
della palma. Forò l'asta la cute,
rotto il peplo odoroso a lei tessuto
dalle Grazie, e fluì dalla ferita
l'icòre della Dea, sangue immortale,
qual corre de' Beati entro le vene;
ch'essi, né frutto cereal gustando
né rubicondo vino, esangui sono,
e quindi han nome d'Immortali. Al colpo
died'ella un forte grido, e dalle braccia
depose il figlio, a cui difesa Apollo
corse tosto, e l'ascose entro una nube,
onde camparlo dall'achee saette.
Il bellicoso Dïomede intanto,
Cedi, figlia di Giove, alto gridava,
cedi il piè dalla pugna. E non ti basta
sedur d'imbelli femminette il core?
Se qui troppo t'avvolgi, io porto avviso
che tale desteratti orror la guerra,
ch'anco il sol nome ti darà paura.
Disse; ed ella turbata ed affannosa
partiva. La veloce Iri per mano
la prese, la tirò fuor del tumulto
carca di doglie e livida le nevi
della morbida cute. Alla sinistra
della pugna seduto il furibondo
Marte trovò: la grande asta del Nume
e i veloci corsier cingea la nebbia.
Gli abbracciò le ginocchia supplicando
la sorella, e gridò: Caro fratello,
miserere di me, dammi il tuo cocchio
ond'io salga all'Olimpo. Assai mi cruccia
una ferita che mi feo la destra
d'un ardito mortal, di Dïomede,
che pur con Giove piglierìa contesa.
Sì prega, e Marte i bei destrier le cede.
Salì sul cocchio allor la dolorosa,
salì al suo fianco la taumanzia figlia,
e in man tolte le briglie, a tutto corso
i cavalli sferzò che desïosi
volavano. Arrivâr tosto all'Olimpo,
eccelsa sede degli Eterni. Quivi
arrestò la veloce Iri i corsieri,
li disciolse dal giogo, e ristorolli
d'immortal cibo. La divina intanto
Venere al piede si gittò dell'alma
genitrice Dïona, che la figlia
raccogliendo al suo seno, e colla mano
la carezzando e interrogando, Oh! disse,
oh! chi mai de' Celesti si permise,
amata figlia, in te sì grave offesa,
come rea di gran fallo alla scoperta?
Il superbo Tidìde Dïomede,
rispose Citerea, l'empio ferimmi
perché il mio figlio, il mio sovra ogni cosa
diletto Enea sottrassi dalla pugna,
che pugna non è più di Teucri e Achivi,
ma d'Achivi e di numi. - E a lei Dïona
inclita Diva replicò: Sopporta
in pace, o figlia, il tuo dolor; ché molti
degl'Immortali con alterno danno
molte soffrimmo dai mortali offese.
Le soffrì Marte il dì che gli Aloìdi
Oto e il forte Efïalte l'annodaro
d'aspre catene. Un anno avvinto e un mese
in carcere di ferro egli si stette,
e forse vi perìa, se la leggiadra
madrigna Eeribèa nol rivelava
Come talor del monte in su la cima
di Scirocco il soffiar spande la nebbia
al pastore odiosa, al ladro cara
più che la notte, né va lunge il guardo
più che tiro di pietra: a questa guisa
si destava di polve una procella
sotto il piè de' guerrieri che veloci
l'aperto campo trascorrean. Venuti
di poco spazio l'un dell'altro a fronte
gli eserciti nemici, ecco Alessandro
nelle prime apparir file troiane
bello come un bel Dio. Portava indosso
una pelle di pardo, ed il ricurvo
arco e la spada; e due dardi guizzando
ben ferrati ed aguzzi, iva de' Greci
sfidando i primi a singolar conflitto.
Il vide Menelao dinanzi a tutti
venir superbo a lunghi passi; e quale
il cor s'allegra di lïon che visto
un cervo di gran corpo o caprïolo,
spinto da fame a divorarlo intende,
e il latrar de' molossi, e degli audaci
villan robusti il minacciar non cura;
tale alla vista del Troian leggiadro
esultò Menelao. Piena sperando
far sopra il traditor la sua vendetta,
balza armato dal cocchio: e lui scorgendo
venir tra' primi, in cor turbossi il drudo,
e della morte paventoso in salvo
si ritrasse tra' suoi. Qual chi veduto
in montana foresta orrido serpe
risalta indietro, e per la balza fugge
di paura tremante e bianco in viso,
tal fra le schiere de' superbi Teucri,
l'ira temendo del figliuol d'Atreo,
l'avvenente codardo retrocesse.
Ettore il vide, e con ripiglio acerbo
gli fu sopra gridando: Ahi sciagurato!
ahi profumato seduttor di donne,
vile del pari che leggiadro! oh mai
mai non fossi tu nato, o morto fossi
anzi ch'esser marito, ché tal fôra
certo il mio voto, e per te stesso il meglio,
più che carco d'infamia ir mostro a dito.
Odi le risa de' chiomati Achei,
che al garbo dell'aspetto un valoroso
ti suspicâr da prima, e or sanno a prova
che vile e fiacca in un bel corpo hai l'alma.
E vigliacco qual sei tu il mar varcasti
con eletti compagni? e visitando
straniere genti tu dall'apia terra
donna d'alta beltà, moglie d'eroi,
rapir potesti, e il padre e Troia e tutti
cacciar nelle sciagure, agl'inimici
farti bersaglio, ed infamar te stesso?
Perché fuggi? perché di Menelao
non attendi lo scontro? Allor saprai
di qual prode guerrier t'usurpi e godi
la florida consorte: né la cetra
ti varrà né il favor di Citerea,
né il vago aspetto né la molle chioma,
quando cadrai riverso nella polve.
Oh fosser meno paurosi i Teucri!
ché tu n'andresti già, premio al mal fatto,
d'un guarnello di sassi rivestito.
Ed il vago a rincontro: Ettore, il veggo,
a ragion mi rampogni, ed io t'escuso.
Ma quel duro tuo cor scure somiglia
che ben tagliente una navale antenna
fende, vibrata da gagliardi polsi,
e nerbo e lena al fenditor raddoppia.
Non rinfacciarmi di Ciprigna i doni,
ché, qualunque pur sia, gradito e bello
sempre è il dono d'un Dio; né il conseguirlo
è nel nostro volere. Or se t'aggrada
ch'io scenda a duellar, fa che l'achee
squadre e le teucre seggansi tranquille,
e me nel mezzo e Menelao mettete
d'Elena armati a terminar la lite,
e di tutto il tesor di ch'ella è ricca.
Qual si vinca di noi s'abbia la donna
con tutto insieme il suo regal corredo,
e via la meni alle sue case; e tutti
su le percosse vittime giurando
amistà, voi di Troia abiterete
l'alma terra securi, e quelli in Argo
faran ritorno e nell'Acaia in braccio
alle vaghe lor donne. - A questo dire
brillò di gioia Ettorre, ed elevando
l'asta brandita e procedendo in mezzo,
di sostarsi fe' cenno alle sue schiere.
Tutte fêr alto: ma gl'infesti Achei
a saettar si diero alla sua mira
e dardi e sassi, infin che forte alzando
la voce Agamennón: Cessate, ei grida,
cessate, Argivi; non vibrate, Achei,
ch'egli par che parlarne il bellicoso
Ettore brami. - Riverenti tutti
cessâr le offese, e si fur queti. Allora
fra questo campo e quello Ettor sì disse:
invereconda audace Dea, che ardisci
contra il Tonante sollevar la lancia.
Disse, e ratta sparì la messaggiera.
Ed a Minerva allor con questi accenti
Giuno si volse: Ohimè! più non si parli,
figlia di Giove, di pugnar con esso
per cagion de' mortali: io nol consento.
Di loro altri si muoia, altri si viva,
come piace alla sorte; e Giove intanto,
come dispon suo senno e sua giustizia,
fra i Troiani e gli Achei tempri il destino.
Sì dicendo la Dea ritorse indietro
i criniti destrieri, e l'Ore ancelle
li distaccâr dal giogo, e li legaro
ai nettarei presepi, ed il bel cocchio
appoggiaro alla lucida parete.
Si raccolser le Dive in aureo seggio
con gli altri Dei confuse; e Giove intanto
dal Gàrgaro all'Olimpo i corridori
e le fulgide ruote alto spingea.
Giunto alle case de' Celesti, a lui
sciolse i corsieri l'inclito Nettunno,
rimesse il cocchio, e lo coprì d'un velo.
Giove sul trono si compose e tutto
tremò sotto il suo piè l'immenso Olimpo.
Ma Minerva e Giunon sole in disparte
sedean, né motto né dimanda a Giove
ardìan veruna indirizzar. S'avvide
de' lor pensieri il nume, e così disse:
Perché sì meste, o voi Minerva e Giuno?
e' non si par che molto affaticate
v'abbia finor la glorïosa pugna
in esizio de' Teucri, a cui sì grave
odio poneste. E v'è di mente uscito
che invitto è il braccio mio? che quanti ha numi
il ciel, cangiare il mio voler non ponno?
A voi bensì le delicate membra
prese un freddo tremor pria che la guerra
pur contemplaste, e della guerra i duri
esperimenti. Io vel dichiaro (e fôra
già seguìto l'effetto) che percosse
dalla folgore mia, no, non v'avrebbe
il vostro cocchio ricondotte al cielo,
albergo degli Eterni. - Il Dio sì disse,
e in secreto fremean Minerva e Giuno
sedendosi vicino, ed ai Troiani
meditando nel cor alte sciagure.
Stette muta Minerva, e contra il padre
l'acerbo che l'ardea sdegno represse;
ma sciolto all'ira il fren Giuno rispose:
Tremendissimo Giove, e che dicesti?
Ben anco a noi la tua possanza invitta
è manifesta; ma pietà ne prende
dei dannati a perir miseri Achei.
Noi certo l'armi lascerem, se questo
è il tuo strano voler; ma nondimeno
qualche ai Greci daremo util consiglio,
onde non tutti il tuo furor li spegna.
E Giove replicò: Più fiero ancora
vedrai dimani, se t'aggrada, o moglie,
l'onnipotente di Saturno figlio
dell'esercito achèo struggere il fiore.
Perocché dalla pugna il forte Ettorre
non pria desisterà, che finalmente
l'ozïosa si svegli ira d'Achille
il dì che in gran periglio appo le navi
combatterassi per Patròclo ucciso.
Tal de' fati è il voler, né de' tuoi sdegni
sollecito son io, no, s'anco ai muti
della terra e del mar confini estremi
andar ti piaccia, nel rimoto esiglio
di Giapeto e Saturno, che nel cupo
Tartaro chiusi né il superno raggio
del Sole, né di vento aura ricrea;
no, se tant'oltre pure il tuo dispetto
vagabonda ti porti, io non ti curo,
poiché d'ogni pudor possasti il segno.
Tacque; né Giuno osò pure d'un detto
fargli risposta. In grembo al mar frattanto
la splendida cadea lampa del Sole
l'atra notte traendo su la terra.
Della luce l'occaso i Teucri afflisse,
ma pregata più volte e sospirata
sovraggiunse agli Achei l'ombra notturna.
Fuor del campo navale Ettore allora
i Troiani ritrasse in su la riva
del rapido Scamandro, ed in pianura
da' cadaveri sgombra a parlamento
chiamolli; ed essi dismontâr dai cocchi,
e affollati dintorno al gran guerriero
cura di Giove, a sue parole attenti
porgean gli orecchi. Una grand'asta in pugno
di ben undici cubiti sostiene:
tutta di bronzo folgora la punta,
e d'oro un cerchio le discorre intorno.
Appoggiato su questa, così disse:
Dardani, Teucri, Collegati, udite:
io poc'anzi sperai ch'arse le navi
e distrutti gli Argivi a Troia avremmo
fatto ritorno. Ma sì bella speme
con gli alleati la dardania gente.
Ma tutta notte di Saturno il figlio
con terribili tuoni annunzïava
alte sventure nel suo senno ordite.
Di pallido terror tutti compresi
dalle tazze spargean le spume a terra
devotamente, né veruno ardìa
appressarvi le labbra, se libato
pria non avesse al prepotente Giove.
Corcârsi alfine, e su lor scese il sonno.

Libro Ottavo
Già spiegava l'aurora il croceo velo
sul volto della terra, e co' Celesti
su l'alto Olimpo il folgorante Giove
tenea consiglio. Ei parla, e riverenti
stansi gli Eterni ad ascoltar: M'udite
tutti, ed abbiate il mio voler palese;
e nessuno di voi né Dio né Diva
di frangere s'ardisca il mio decreto,
ma tutti insieme il secondate, ond'io
l'opra, che penso, a presto fin conduca.
Qualunque degli Dei vedrò furtivo
partir dal cielo, e scendere a soccorso
de' Troiani o de' Greci, egli all'Olimpo
di turpe piaga tornerassi offeso;
o l'afferrando di mia mano io stesso,
nel Tartaro remoto e tenebroso
lo gitterò, voragine profonda
che di bronzo ha la soglia e ferree porte,
e tanto in giù nell'Orco s'inabissa,
quanto va lungi dalla terra il cielo.
Allor saprà che degli Dei son io
il più possente. E vuolsene la prova?
D'oro al cielo appendete una catena,
e tutti a questa v'attaccate, o Divi
e voi Dive, e traete. E non per questo
dal ciel trarrete in terra il sommo Giove,
supremo senno, né pur tutte oprando
le vostre posse. Ma ben io, se il voglio,
la trarrò colla terra e il mar sospeso:
indi alla vetta dell'immoto Olimpo
annoderò la gran catena, ed alto
tutte da quella penderan le cose.
Cotanto il mio poter vince de' numi
le forze e de' mortai. - Qui tacque, e tutti
dal minaccioso ragionar percossi
ammutolîr gli Dei. Ruppe Minerva
finalmente il silenzio, e così disse:
Padre e re de' Celesti, e noi pur anco
sappiam che invitta è la tua gran possanza.
Ma nondimen de' bellicosi Achei
pietà ne prende, che di fato iniquo
son vicini a perir. Noi dalla pugna,
se tu il comandi, ci terrem lontani;
ma non vietar che di consiglio almeno
sien giovati gli Achivi, onde non tutti
cadan nell'ira tua disfatti e morti.
Con un sorriso le rispose il sommo
de' nembi adunator: Conforta il core,
diletta figlia; favellai severo,
ma vo' teco esser mite. - E così detto,
gli orocriniti eripedi cavalli
come vento veloci al carro aggioga:
al divin corpo induce una lorica
tutta d'auro, e alla man data una sferza
pur d'auro intesta e di gentil lavoro,
monta il cocchio, e flagella a tutto corso
i corridori che volâr bramosi
infra la terra e lo stellato Olimpo.
Tosto all'Ida, di belve e di rigosi
fonti altrice, arrivò su l'ardua cima
del Gargaro, ove sacro a lui frondeggia
un bosco, e fuma un odorato altare.
Qui degli uomini il padre e degli Dei
rattenne e dal timon sciolse i cavalli,
e di nebbia gli avvolse. Indi s'assise
esultante di gloria in su la vetta
di là lo sguardo a Troia rivolgendo
ed alle navi degli Achei, che preso
per le tende alla presta un parco cibo
armavansi. Ed all'armi anch'essi i Teucri
per la città correan; né gli sgomenta
il numero minor, ché per le spose
e pe' figli a pugnar pronti li rende
necessità. Spalancansi le porte:
erompono pedoni e cavalieri
con immenso tumulto, e giunti a fronte,
scudi a scudi, aste ad aste e petti a petti
oppongono, e di targhe odi e d'usberghi
un fiero cozzo, ed un fragor di pugna
che rinforza più sempre. De' cadenti
l'urlo si mesce coll'orribil vanto
de' vincitori, e il suol sangue correa.
Dall'ora che le porte apre al mattino
fino al merigge, d'ambedue le parti
durò la strage con egual fortuna.
Ma quando ascese a mezzo cielo il sole,
alto spiegò l'onnipossente Iddio
l'auree bilance, e due diversi fati
Per le tende egli dunque e per le navi
sollecito correa, raccolto il grande
purpureo manto nel robusto pugno:
e cotal su la negra capitana
d'Ulisse si fermò, che vasta il mezzo
dell'armata tenea, donde distinta
d'ogni parte mandar potea la voce
fin d'Aiace e d'Achille al padiglione,
che l'eguali lor prore ai lati estremi,
nel valor delle braccia ambo securi,
avean dedotte all'arenoso lido.
Di là fec'egli rimbombar sul campo
quest'alto grido: Svergognati Achivi,
vitupèri nell'opre e sol d'aspetto
maravigliosi! dove dunque andaro
gli alteri vanti che menammo un giorno
di prodezza e di forza? In Lenno queste
fur le vostre burbanze allor che l'epa
v'empiean le polpe de' giovenchi uccisi,
e le ricolme tazze inghirlandate
si venìan tracannando, e si dicea
che un sol per cento e per dugento Teucri,
un sol Greco valea nella battaglia.
Ed or tutti ne fuga un solo Ettorre,
che ben tosto farà di queste navi
cenere e fumo. O Giove padre, e quale
altro mai re di tanti danni afflitto,
di tanto disonor carco volesti?
Pur io so ben, che quando a questo lido
il perverso destin mi conducea,
giammai veruno de' tuoi santi altari
navigando lasciai sprezzato indietro;
ma l'adipe a te sempre e i miglior fianchi
de' giovenchi abbruciai sovra ciascuno,
bramoso d'atterrar l'iliache mura.
Deh almen n'adempi questo voto, almeno
danne, o Giove, uno scampo colla fuga,
né per le mani del crudel Troiano
consentir degli Achivi un tanto scempio.
Così dicea piangendo. Ebbe pietade
di sue lagrime il nume, e ad accennargli
che non tutto il suo campo andrìa disfatto,
il più sicuro de' volanti augurio
un'aquila spedì che negli unghioni
tolto al covil della veloce madre
un cerbiatto stringendo, accanto all'ara,
ove l'ostie svenar solean gli Achivi
al fatidico Giove, dall'artiglio
cader lasciò la palpitante preda.
Gli Achei veduto il sacro augel, cui spinto
conobbero da Giove, ad affrontarsi
più coraggiosi ritornâr co' Teucri,
e rinfrescâr la pugna. Allor nessuno
pria del Tidìde fra cotanti Argivi
vanto si diede d'agitar pel campo
i veloci corsieri, ed oltre il fosso
cacciarli ed azzuffarsi. Egli primiero
anzi a tutti si spinse, e a prima giunta
Agelao di Fradmon tolse di mezzo
uom troiano. Costui piegàti in fuga
i suoi destrieri avea. Coll'asta il tergo
gli raggiunse il Tidìde, gliela fisse
tra gli omeri, e passar la fece al petto.
Cadde Agelao dal carro, e cupamente
l'armi sovr'esso rintonâr. Secondo
Agamennón si mosse, indi il fratello,
indi gli Aiaci impetuosi, e poi
Idomenèo con esso il suo scudiero
Merïon che di Marte avea l'aspetto;
poi d'Evemon l'illustre figlio Eurìpilo,
ed ultimo giungea Teucro del curvo
elastic'arco tenditor famoso.
D'Aiace Telamònio egli locossi
dietro lo scudo, e dello scudo Aiace
gli antepose la mole. Ivi securo
l'eroe guatava intorno, e quando avea
saettato nel denso un inimico,
quegli cadendo perdea l'alma, e questi,
come fanciullo della madre al manto,
ricovrava al fratel che alla grand'ombra
dello splendido scudo il proteggea.
Or dall'egregio arcier chi de' Troiani
fu primo ucciso? Primamente Orsìloco,
indi Ormeno e Ofeleste: a questi aggiunse
Detore e Cromio, e per divin sembiante
Licofonte lodato, e Amopaone
Poliemonìde, e Melanippo, tutti
l'un dopo l'altro nella polve stesi.
Gioiva il re de' regi Agamennóne
mirandolo dall'arco vigoroso
lanciar la morte fra' nemici, e a lui
vicin venuto soffermossi, e disse:
Diletto capo Telamònio Teucro,
siegui l'arco a scoccar, porta, se puoi,
a' Dànai un raggio di salute, e onora
il tuo buon padre Telamon che un giorno
ti raccolse fanciullo, e benché frutto
di non giusto imeneo, pur con pietoso
tenero affetto in sua magion ti crebbe.
Or tu fa ch'egli salga in alta fama,
Libro Decimo
Tutti per l'alta notte i duci achei
dormìan sul lido in sopor molle avvinti;
ma non l'Atride Agamennón, cui molti
toglieano il dolce sonno aspri pensieri.
Quale il marito di Giunon lampeggia
quando prepara una gran piova o grandine,
o folta neve ad inalbare i campi,
o fracasso di guerra voratrice;
spessi così dal sen d'Agamennóne
rompevano i sospiri, e il cor tremava.
Volge lo sguardo alle troiane tende,
e stupisce mirando i molti fuochi
ch'ardon dinanzi ad Ilio, e non ascolta
che di tibie la voce e di sampogne
e festivo fragor. Ma quando il campo
acheo contempla ed il tacente lido,
svellesi il crine, al ciel si lagna, ed alto
geme il cor generoso. Alfin gli parve
questo il miglior consiglio, ir del Nelìde
Nestore in traccia a consultarne il senno,
onde qualcuna divisar con esso
via di salute alla fortuna achea.
Alzasi in questa mente, intorno al petto
la tunica s'avvolge, ed imprigiona
ne' bei calzari il piede. Indi una fulva
pelle s'indossa di leon, che larga
gli discende al calcagno, e l'asta impugna.
Né di minor sgomento a Menelao
palpita il petto; e fura agli occhi il sonno
l'egro pensier de' periglianti Achivi,
che a sua cagione avean per tanto mare
portato ad Ilio temeraria guerra.
Sul largo dosso gittasi veloce
una di pardo maculata pelle,
ponsi l'elmo alla fronte, e via brandito
il giavellotto, a risvegliar s'affretta
l'onorato, qual nume, e dagli Argivi
tutti obbedito imperador germano;
ed alla poppa della nave il trova
che le bell'armi in fretta si vestìa.
Grato ei n'ebbe l'arrivo: e Menelao
a lui primiero, Perché t'armi, disse,
venerando fratello? Alcun vuoi forse
mandar de' nostri esplorator notturno
al campo de' Troiani? Assai tem'io
che alcuno imprenda d'arrischiarsi solo
per lo buio a spïar l'oste nemica,
ché molta vuolsi audacia a tanta impresa.
Rispose Agamennón: Fratello, è d'uopo
di prudenza ad entrambi e di consiglio
che gli Argivi ne scampi e queste navi,
or che di Giove si voltò la mente,
e d'Ettore ha preferti i sacrifici:
ch'io né vidi giammai né d'altri intesi,
che un solo in un sol dì tanti potesse
forti fatti operar quanti il valore
di questo Ettorre a nostro danno; e a lui
non fu madre una Dea, né padre un Dio:
e temo io ben che lungamente afflitti
di tanto strazio piangeran gli Achivi.
Or tu vanne, e d'Aiace e Idomenèo
ratto vola alle navi, e li risveglia,
ché a Nestore io ne vado ad esortarlo
di tosto alzarsi e di seguirmi al sacro
stuol delle guardie, e comandarle. A lui
presteran più che ad altri obbedïenza:
perocché delle guardie è capitano
Trasimède suo figlio, e Merïone
d'Idomenèo l'amico, a' quai commesso
è delle scolte il principal pensiero.
E che poi mi prescrive il tuo comando?
(replicò Menelao). Degg'io con essi
restarmi ad aspettar la tua venuta?
O, fatta l'imbasciata, a te veloce
tornar? - Rimanti, Agamennón ripiglia,
tu rimanti colà, ché disvïarci
nell'andar ne potrìan le molte strade
onde il campo è interrotto. Ovunque intanto
t'avvegna di passar leva la voce,
raccomanda le veglie, ognun col nome
chiama del padre e della stirpe, a tutti
largo ti mostra d'onoranze, e poni
l'alterezza in obblìo. Prendiam con gli altri
parte noi stessi alla comun fatica,
perché Giove noi pur fin dalla cuna,
benché regi, gravò d'alte sventure.
Così dicendo, in via mise il fratello
di tutto l'uopo ammaestrato; ed esso
a Nestore avvïossi. Ritrovollo
davanti alla sua nave entro la tenda
corco in morbido letto. A sé vicine
armi diverse avea, lo scudo e due
lung'aste e il lucid'elmo; e non lontana
giacea di vario lavorìo la cinta,
di che il buon veglio si fasciava il fianco
quando a battaglie sanguinose armato
le sue schiere movea; ché non ancora
alla triste vecchiezza egli perdona.
All'apparir d'Atride erto ei rizzossi
siete in gran briga voi medesmi, almeno
vien tu, forte figliuol di Telamone,
e tu, Teucro, signor d'arco tremendo.
Tacque, ed il grande Telamònio figlio
al figlio d'Oilèo si volse e disse:
Tu, Aiace, e tu forte Licomede
qui restatevi entrambi, ed infiammate
l'acheo coraggio alla battaglia. Io volo
colà allo scontro del nemico, e data
la chiesta aita, subito ritorno.
Partì l'eroe, ciò detto, ed il germano
Teucro il seguiva, e Pandïon portante
l'arco di Teucro. Costeggiando il muro
alla torre arrivâr di Menestèo:
ed entrâr nella zuffa, appunto in quella
che a negro turbo simiglianti i duci
animosi de' Licii avean de' merli
già vinto il sommo. Si scontrâr gli eroi
fronte a fronte, e levossi alto clamore.
Primo l'Aiace Telamònio uccise
il magnanimo Epìcle, un caro amico
di Sarpedon. Giacea sull'ardua cima
della muraglia un aspro enorme sasso,
tal che niun de' presenti, anco sul fiore
delle forze, il potrebbe agevolmente
a due man sollevar. Ma lieve in alto
levollo Aiace, e lo scagliò. L'orrendo
colpo diruppe il bacinetto, e tutte
l'ossa del capo sfracellò. Dall'alta
torre il percosso a notator simìle
cadde, e l'alma fuggì. Teucro di poi
di strale a Glauco il nudo braccio impiaga
mentre il muro assalisce, e lo costrigne
la pugna abbandonar. Glauco d'un salto
giù dagli spaldi gittasi furtivo,
onde nessuno degli Achei s'avvegga
di sua ferita, e villanìa gli dica.
Ben se n'accorse Sarpedonte, ed alta
dell'amico al partir doglia il trafisse.
Ma non lentossi dalla pugna, e giunto
colla lancia il Testòride Alcmeone,
gliela ficca nel petto, e a sé la tira.
Segue il trafitto l'asta infissa, e cade
boccone, e l'armi risonâr sovr'esso.
Colla man forte quindi il licio duce
un merlo afferra, a sé lo tragge, e tutto
lo dirocca. Snudossi al suo cadere
la superna muraglia, e larga a molti
fece la strada. Allor ristretti insieme
mossero contra Sarpedonte i due
Telamonìdi, e Teucro d'uno strale
al petto il saettò. Raccolse il colpo
il lucente fermaglio dell'immenso
scudo, ché Giove dal suo figlio allora
allontanò la Parca, e non permise
che davanti alle navi egli cadesse.
L'assalse Aiace ad un medesmo tempo,
e allo scudo il ferì. Tutto passollo
la fiera punta, ed aspramente il caldo
guerrier represse. Dagli spaldi adunque
recede alquanto ei sì, ma non del tutto,
ché il cor pur anco gli porgea speranza
della vittoria, e al suo fedel drappello
rivoltosi, gridò: Licii guerrieri,
perché l'impeto vostro si rallenta?
Benché forte io mi sia, solo poss'io
atterrar questo muro, ed alle navi
aprir la strada? A me v'unite or dunque,
ché forza unita tutto vince. - Ei disse,
e vergognosi rispettando i Licii
le regali rampogne, s'addensaro
dintorno al saggio condottier. Dall'altro
lato gli Argivi nell'interno muro
rinforzan le falangi, e d'ambe parti
cresce il travaglio della dura impresa.
Perocché né il valor degli animosi
Licii a traverso dell'infranto muro
alle navi potea farsi la strada,
né i saettanti Achei dall'occupata
muraglia i Licii discacciar: ma quale
in poder che comune abbia il confine,
fan due villan, la pertica alla mano,
del limite baruffa, e poca lista
di terra è tutto della lite il campo:
così dei merli combattean costoro,
e sovra i merli contrastati un fiero
spezzar si fea di scudi e di brocchieri
su gli anelanti petti; e molti intorno
cadean gli uccisi; altri dal crudo acciaro
nel voltarsi trafitti il tergo ignudo;
altri, ed erano i più, da parte a parte
trapassati le targhe. Da per tutto
torri e spaldi rosseggiano di sangue
e troiano ed acheo; né fra gli Achei
nullo ancor segno si vedea di fuga.
Siccome onesta femminetta, a cui
procaccia il vitto la conocchia, in mano
tien la bilancia, e vi sospende e pesa
con rigorosa trutina la lana,
onde i suoi figli sostentar di scarso
lungo il fiume a dormir. Stringean frattanto
d'assedio la cittade i forti Elèi
d'espugnarla bramosi. Ma di Marte
ebber tosto davanti una grand'opra.
Brillò sul volto della terra il sole,
e noi Minerva supplicando e Giove
appiccammo la zuffa. Aspro fu il cozzo
delle due genti, ed io primiero uccisi
(e i corsieri gli tolsi) il bellicoso
Mulio, gener d'Augìa, del quale in moglie
la maggior figlia possedea, la bionda
Agamède, cui nota era, di quante
l'almo sen della terra erbe produce,
la medica virtù. Questo io trafissi
coll'asta, e lo distesi, e, dell'ucciso
salito il cocchio, mi cacciai tra' primi.
Visto il duce cader de' cavalieri
che gli altri tutti di valor vincea,
si sgomentaro i generosi Elèi,
e fuggîr d'ogni parte. Io come turbo
mi serrai loro addosso, e di cinquanta
carri fei preda, e intorno a ciascheduno
mordean la polve dal mio ferro ancisi
due combattenti. E messi a morte avrei
gli Attòridi pur anco, i due medesmi
Molïoni, se fuor della battaglia
non li traea, coprendoli di nebbia,
il gran rege Nettunno. Al nostro ardire
alta vittoria allor Giove concesse.
Perocché per lo campo, tutto sparso
di scudi e di cadaveri, tant'oltre
gl'inseguimmo uccidendo, e raccogliendo
le bell'armi nemiche, che spingemmo
fino ai buprasii solchi i corridori,
fin all'olenio sasso, ed alla riva
d'Alèsio, al luogo che Calon si noma.
Qui fêr alto per cenno di Minerva
i vincitori, e qui l'estremo io spensi.
Da Buprasio frattanto i nostri prodi
riconduceano a Pilo i polverosi
carri, e dar laude si sentìa da tutti
a Giove in cielo, ed a Nestorre in terra.
Tal nelle pugne apparve il valor mio.
Ma del valor d'Achille il solo Achille
godrassi, e quando consumati ahi! tutti
vedrà gli Achivi, piangerà, ma indarno.
Caro Patròclo, nel pensier richiama
di Menèzio i precetti, onde il buon veglio
t'accompagnava il giorno che da Ftia
ti spediva all'Atride Agamennóne.
Fummo presenti, e gli ascoltammo interi
il divo Ulisse ed io Nestorre, entrambi
al regal tetto di Pelèo venuti
a far eletta di guerrieri achei.
Ivi l'eroe Menèzio e te vedemmo
d'Achille al fianco. Il cavalier Pelèo,
venerando vegliardo, entro il cortile
al fulminante Giove ardea le pingui
cosce d'un tauro, e sull'ardenti fibre
negro vino da nappo aureo versava.
Voi vi stavate preparando entrambi
le sacre carni, e noi giungemmo in quella
sul limitar. Stupì, levossi Achille,
per man ne prese, e n'introdusse, in seggio
ne collocò, ne pose innanzi i doni
che il santo dritto dell'ospizio chiede.
Ristorati di cibo e di bevanda,
io parlai primamente, e v'esortava
l'uno e l'altro a seguirne; e il bramavate
voi fortemente. E quai de' due canuti
fûro allora i conforti? Al figlio Achille
raccomandò Pelèo l'oprar mai sempre
da prode, e a tutti di valor star sopra.
Ma volto a te l'Attòride Menèzio,
Figlio, il vecchio dicea, ti vince Achille
di sangue, e tu lui d'anni; egli di forza,
tu di consiglio. Con prudenti avvisi
dunque il governa e l'ammonisci, e all'uopo
t'obbedirà. Tal era il suo precetto;
tu l'obblïasti. Or via, l'adempi adesso,
parla all'amico bellicoso, e tenta
süaderlo. Chi sa? Qualche buon Dio
animerà le tue parole, e l'alma
toccherà di quel fiero. Al cor va sempre
l'ammonimento d'un diletto amico.
Ché s'ei paventa in suo segreto un qualche
vaticinio, se alcuno a lui da Giove
la madre ne recò, te mandi almeno
co' Mirmidóni a confortar gli Achivi
nella battaglia, e l'armi sue ti ceda.
Forse ingannati dall'aspetto i Teucri
ti crederan lui stesso, e fuggiranno,
e gli egri Achei respireranno: è spesso
di gran momento in guerra un sol respiro.
E voi freschi guerrieri agevolmente
respingerete lo stanco nemico
dalle tende e dal mare alla cittade.
Sì disse il saggio, e tutto si commosse
il cor nel petto di Patròclo. Ei corse
lungo il lido ad Achille, e giunto all'alta
tornâr contente alla magion del padre
Giuno Argiva e Minerva Alalcomènia.

Libro Sesto
Soli senz'alcun Dio Teucri ed Achei
così restaro a battagliar. Più volte
tra il Simoenta e il Xanto impetuosi
si assaliro; più volte or da quel lato
ed or da questo con incerte penne
la Vittoria volò. Ruppe di Troi
primo una squadra il Telamonio Aiace,
presidio degli Achivi, e il primo raggio
portò di speme a' suoi, ferendo un Trace
fortissimo guerriero e di gran mole,
Acamante d'Eussòro. Il colse in fronte
nel cono dell'elmetto irto d'equine
chiome, e nell'osso gli piantò la punta
sì che i lumi gli chiuse il buio eterno.
Tolse la vita al Teutranìde Assilo
il marzio Dïomede. Era d'Arisbe
bella contrada Assilo abitatore,
uom di molta ricchezza, a tutti amico,
ché tutti in sua magion, posta lunghesso
la via frequente, ricevea cortese.
Ma degli ospiti ahi! niuno accorse allora,
niun da morte il campò. Solo il suo fido
servo Calesio, che reggeagli il cocchio,
morto ei pur dal Tidìde, al fianco cadde
del suo signore, e con lui scese a Pluto.
Eurìalo abbatte Ofelzio e Dreso; e poscia
Esepo assalta e Pedaso gemelli,
che al buon Bucolïone un dì produsse
la Naiade gentile Abarbarèa.
Bucolïon del re Laomedonte
primogenito figlio, ma di nozze
furtive acquisto, conducea la greggia
quando alla ninfa in amoroso amplesso
mischiossi, e di costor madre la feo.
Ma quivi tolse ad ambedue la vita
e la bella persona e l'armi il figlio
di Mecistèo. Fur morti a un tempo istesso
Astïalo dal forte Polipete;
il percosso Pidìte dall'acuta
asta d'Ulisse; Aretaon da Teucro.
D'Antiloco la lancia Ablero atterra,
Èlato quella del maggiore Atride,
Èlato che sua stanza avea nell'alta
Pedaso in riva dell'ameno fiume
Satnioente. Euripilo prostese
Melanzio; e l'asta dell'eroe Leìto
il fuggitivo Fìlaco trafisse.
Ma l'Atride minor, strenuo guerriero,
vivo Adrasto pigliò. Repente ombrando
li costui corridori, e via pel campo
paventosi fuggendo in un tenace
cespo implicârsi di mirica, e quivi
al piede del timon spezzato il carro
volâr con altri spaventati in fuga
verso le mura. Prono nella polve
sdrucciolò dalla biga appo la ruota
quell'infelice. Colla lunga lancia
Menelao gli fu sopra; e Adrasto a lui
abbracciando i ginocchi e supplicando:
Pigliami vivo, Atride; e largo prezzo
del mio riscatto avrai. Figlio son io
di ricco padre, e gran conserva ei tiene
d'auro, di rame e di foggiato ferro.
Di questi largiratti il padre mio
molti doni, se vivo egli mi sappia
nelle argoliche navi. - A questo prego
già dell'Atride il cor si raddolcìa,
già fidavalo al servo, onde alle navi
l'adducesse; quand'ecco Agamennòne
che a lui ne corre minaccioso e grida:
Debole Menelao! e qual ti prende
de' Troiani pietà? Certo per loro
la tua casa è felice! Or su; nessuno
de' perfidi risparmi il nostro ferro,
né pur l'infante nel materno seno:
perano tutti in un con Ilio, tutti
senza onor di sepolcro e senza nome.
Cangiò di Menelao la mente il fiero
ma non torto parlar, sì ch'ei respinse
da sé con mano il supplicante, e lui
ferì tosto nel fianco Agamennòne,
e supino lo stese. Indi col piede
calcato il petto ne ritrasse il telo.
Nestore intanto in altra parte accende
l'acheo valor, gridando: Amici eroi,
Dànai di Marte alunni, alcun non sia
ch'ora badi alle spoglie, e per tornarne
carco alle navi si rimanga indietro.
Non badiam che ad uccidere, e gli uccisi
poi nel campo a bell'agio ispoglieremo.
Fatti animosi a questo dir gli Achei
piombâr su i Teucri, che scorati e domi
di nuovo in Ilio si sarìan racchiusi,
se il prestante indovino Eleno, figlio
del re troiano, non volgea per tempo
ad Ettore e ad Enea queste parole:
Lo scuoiâr, lo spaccâr, lo fêro in brani
acconciamente, e negli spiedi infisso
l'abbrustolâr con molta cura, e tolto
il tutto al foco, l'apprestâr sul desco,
e banchettando ne cibò ciascuno
a pien talento. Ma l'immenso tergo
del sacro bue donollo Agamennóne
d'onore in segno al vincitor guerriero.
Del cibarsi e del ber spento il desìo,
il buon veglio Nestorre, di cui sempre
ottimo uscìa l'avviso, in questo dire
svolse il suo senno: Atride e duci achei,
questo giorno fatal la vita estinse
di molti prodi, del cui sangue rossa
fe' l'aspro Marte la scamandria riva,
e all'Orco ne passâr l'ombre insepolte.
Al nuovo sole le nostr'armi adunque
si restino tranquille, e noi sul campo
convenendo, imporrem le salme esangui
su le carrette, e muli oprando e buoi,
qui ne faremo il pio trasporto, e al rogo
le darem lungi dalle navi alquanto,
onde al nostro tornar nel patrio suolo
le ceneri portarne ai mesti figli.
E dintorno alla pira una comune
tomba ergeremo, e di muraglia e d'alte
torri, a difesa delle navi e nostra,
con rapido lavor la cingeremo,
e salde vi apriremo e larghe porte
per l'egresso de' cocchi. Indi un'esterna
profonda fossa scaverem che tutta
circondi la muraglia, e de' cavalli
l'impeto affreni e de' pedon, se mai
de' Teucri irrompa l'orgoglioso ardire.
Disse, e tutti annuiro i prenci achei.
Di Prïamo alle soglie in questo mentre
su l'alta iliaca rocca i Teucri anch'essi
tenean confusa e trepida consulta.
Primo il saggio Antenòr sì prese a dire:
Dardanidi, Troiani, e voi venuti
in sussidio di Troia, i sensi udite
che il cor mi porge. Rendasi agli Atridi
con tutto il suo tesor l'argiva Elèna.
Vïolammo noi soli il giuramento,
e quindi inique le nostr'armi sono.
Se non si rende, non avrem che danno.
Così detto, s'assise. E surto in piedi
il bel marito della bella Argiva
così Pari rispose: Al cor m'è grave,
Antenore, il tuo detto, e so che porti
una miglior sentenza in tuo segreto.
Ché se parli davver, davvero i numi
ti han tolto il senno. Ma ben io qui schietti
i miei sensi aprirò. La donna io mai
non renderò, giammai. Quanto alle ricche
spoglie che d'Argo a queste rive addussi,
tutte render le voglio, ed altre ancora
aggiungeronne di mio proprio dritto.
Tacque, e sul seggio si raccolse. Allora
in sembianza d'un Dio levossi in mezzo
il Dardanide Prïamo, ed, Udite,
Teucri, ei disse, e alleati, il mio pensiero,
quale il cor lo significa. Pel campo
del consueto cibo si ristauri
ognuno, e attenda alla sua scolta, e vegli.
Col nuovo sole alle nemiche navi
Idèo sen vada, e ad ambedue gli Atridi
di Paride, cagion della contesa,
riferisca la mente, e una discreta
proposta aggiunga di cessar la guerra,
finché il rogo consunte abbia le morte
salme de' nostri, per pugnar di poi
finché la Parca ne spartisca, e agli uni
conceda o agli altri la vittoria intégra.
Tutti assentiro riverenti al detto:
indi pel campo procurâr le cene
in divisi drappelli. Il dì novello
alle navi s'avvìa l'araldo Idèo,
e raccolti ritrova a parlamento
i bellicosi Achei davanti all'alta
agamennònia poppa. Appresentossi
tosto il canoro banditore, e 